Freedom Room: il libro

Esce oggi il libro dedicato a Freedom Room con i contributi di Aldo Bonomi, Aldo Cibic, Marco Tortoioli Ricci, Thomas Bialas, Joost Beundemann, Lucia Castellano, Francesco Bellosi, Luisa Della Morte, Andrea Margaritelli, Michelangelo Patron.

Riportiamo in anteprima il contributo di Lucia Castellano, ex direttrice del carcere di Bollate (MI):

Parlare di spazio in carcere oggi evoca lo spettro del sovraffollamento, che rende gli istituti di pena del nostro Paese indegni di una società civile.

 Il problema può essere seriamente affrontato solo mettendo in discussione leggi ” carcerogene” che prevedono la carcerazione come la prima delle risposte punitive e non come”  l’extrema ratio” per alcuni tipi di reati minori. Parlo della legge Bossi Fini sull’immigrazione, della legge ex Cirielli sulla recidiva e della legge Finì Giovanardi sulle tossicodipendenze.

Lasciamo quindi al nuovo Governo il compito di prendere decisioni definitive volte a evitare che gli istituti di pena diventino contenitori stracolmi di povera gente,  moltiplicatori di devianza e delinquenza, produttori di insicurezza sociale, con costi sociali sempre meno sostenibili.
La  riflessione sugli spazi della pena oggi parte da una considerazione preliminare: non esiste un pensiero progettuale che differenzi la costruzione degli spazi a seconda della tipologia di utenza che li abiterà’. Gli istituti penitenziari moderni sono tutti, drammaticamente, identici. Bollate ( istituto a custodia attenuata) e’ uguale a Secondigliano ( massima sicurezza).  Questo e’ un messaggio preciso da parte dell’amministrazione penitenziaria: non abbiamo alcun pensiero progettuale sull’organizzazione della vita ” intramoenia”  che sia modellato sulla tipologia dei suoi abitanti. Gli spazi sono quelli, uguali, a prescindere dal fatto che saranno abitati da uomini, donne, minorenni, boss della malavita o piccoli criminali da recuperare socialmente.
E allora la gestione di questi spazi immensi delle nuove carceri e’ affidata al ” buon cuore” di direttori e operatori penitenziari.  Le centinaia di metri quadrati di verde che separano un padiglione dall’altro possono essere lasciati vuoti o riempiti di panchine per i colloqui all’aperto,  di orti urbani curati dai detenuti, di serre per la floricultura.  Possono essere popolati da detenuti al lavoro o a colloquio con i familiari  o essere lasciati, desolatamente, vuoti. Senza una regia, una visione politica a monte.

Questo e’, purtroppo, lo scenario a cui siamo abituati. E nessuno,  dall’Amministrazione Centrale,  si è mai nemmeno preoccupato di mutuare esempi virtuosi di utilizzo degli spazi e di estenderli ad altri istituti. Gli esempi virtuosi, nel nostro Paese, rimangono ” sperimentazioni”, anche se esistono ormai da decenni.  Le scelte coraggiose, pur produttive di riduzione della recidiva e aumento della qualità della vita per gli operatori penitenziari, rimangono lontane  dalla  prassi consuetudinaria delle carceri.   Si continua a mortificare gli spazi abitativi in un’unica, grigia cornice a una vita intramuraria ossessivamente ritmata da regole sempre uguali e senza vita, dove le individualità di detenuti e poliziotti sono azzerate. L’opposto della ” tendenza alla rieducazione” imposta alla pena detentiva dalla Costituzione. L’opposto della dignità della vita lavorativa, per quanto riguarda gli operatori penitenziari.

E veniamo a esaminare gli spazi interni.  La cella, anche quando non è’ piagata dal sovraffollamento che impedisce ogni minima organizzazione vitale, e’ soggetta a regolamenti ferrei su arredi e suppellettili. Tutto può diventare uno strumento per farsi del male: ricordo un carcere in cui il comandante vietava ai detenuti di utilizzare le lenzuola proprie con la seguente motivazione: “se si impicca con il lenzuolo dell’Amministrazione e’ una cosa, se lo fa con quello proprio noi siamo corresponsabili, per averne autorizzato l’ingresso”.  Pericolosa deriva dell’ossessione da ” evento critico” da cui è’ affetta tutta l’organizzazione penitenziaria. La limitazione fortissima delle suppellettili e degli strumenti per la gestione della vita quotidiana mortifica l’individualita’ e va in direzione contraria alla funzione rieducativa della pena.  inoltre, porta il detenuti ad aguzzare l’ingegno e a potenziare le prestazioni di ciascun oggetto a loro disposizione ( pacchetti di sigarette che diventano scaffali,  scatolette di tonno che diventano coltelli). I detenuti sanno benissimo che questa loro ingegnosa costruzione può essere vanificata da una perquisizione, con distruzione del marchingegno creato e conseguente rapporto disciplinare.

Se questa e’, anche nel 2013, la cultura del l’istituzione totale, credo che un progetto come ” Freedom Room” debba essere salutato come una ventata di ossigeno culturale di straordinaria importanza. I detenuti diventano artefici di una nuova cultura dell’abitare, partendo proprio dalla situazione di disagio n cui si trovano e trasformandola in risorsa. Viene superata la spersonalizzazione tipica dell’istituzione totale, la paura dell’evento critico e della responsabilità .
Spero davvero che l’Amministrazione Penitenziaria voglia partire da questo progetto per costruire una cultura della vita in carcere che, per la prima volta, parta dai suoi abitanti.

Lucia Castellano.

Lucia Castellano, 49 anni, è nata a Napoli. E’ laureata in legge ed è avvocato. Dal 1991 è direttore di carceri. Ha  lavorato presso il Marassi di Genova, a Eboli, a Napoli – Secondigliano in qualità di vice direttore, ad Alghero presso il carcere sperimentale. Dal 2002 al giugno 2011 è stata direttore del carcere di  Bollate per detenuti comuni, dove ha realizzato un istituto modello in Italia e in Europa per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti.  Nel 2009 Lucia Castellano ha scritto insieme a Donatella Stasio il libro Diritti e Castighi. Ed Il Saggiatore. 

Ha vinto il premio internazionale Donna fuori dal coro a Genova. La biografia di Lucia Castellano è stata inserita  nella pubblicazione del Consiglio dei Ministri e del Ministero delle Pari Opportunità Meriti e al Femminile [titolo: Merito al Femminile] E’ stata inserita inoltre nella mostra Donne d’Italia allestita a  Palazzo Blu a Pisa in occasione dei festeggiamenti dell’Unità d’Italia. Dal giugno 2011 al gennaio 2013 e’ stata assessore alla Casa, Demanio e Lavori pubblici del Comune di Milano.
È’ stata eletta al Consiglio Regionale della Lombardia con 5998 preferenze con la lista ” Con Ambrosoli Presidente-Patto Civico”