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Il progetto Freedom Room censito nelle pagine del sito di Abitare.

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Nella foto Alberto Parise durante il set fotografico presso la Triennale di Milano

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Ieri quindi, nello spazio del Teatro Agorà della Triennale di Milano, ci siamo trovati per la conferenza Freedom Room, organizzata per discutere ed esporre la storia, il processo, gli esiti e le libere riflessioni sul progetto. Come già la visione fisica dello spazio nelle sale della Triennale, il discutere del tema è stato motivo di intensa partecipazione personale. In particolare alcuni interventi hanno sottolineato i valori chiave di un progetto che vuole essere spartiacque nel definire il ruolo e i compiti del design da un lato e della società e del ‘pubblico’ dall’altro.
In particolare Aldo Bonomi ha sottolineato come sia ormai necessaria una vera chiamata di responsabilità per l’amministrazione pubblica nell’interpretare ruoli nuovi se è vero che progetti come Freedom Room sono nati e si sono finanziati senza ricorrere ad alcun fondo pubblico.
Importante è stata la proposta, provocatoria per certi versi, formulata da Lucia Castellano, nel richiedere che si possa immaginare un intero braccio carcerario basato sull’impiego di moduli abitativi come quello progettato qui. Joost Beundermann, urban designer e autore del libro ‘Compendium for a Civic Economy’, ha ricordato come una nuova ‘porosità’ tra pubblico e privato è richiesta per superare tempi in cui l’economia ufficiale ha perso la sua capacità di dare risposte, favorendo la partecipazione spontanea che sta emergendo in diverse forme dalla cittadinanza, predisponendo quindi i nuovi paradigmi per quella che nel Regno Unito ha già il nome di Big Society. In ultimo dobbiamo ringraziare per i preziosi interventi e la partecipazione Cecco Bellosi per i suoi racconti di un carcere laboratorio di umanità; Luisa Della Morte, per la testimonianza di un progetto destinato a garantire dignità alle donne in carcere; Thomas Bialas, per il racconto di una nuova economia libera dalla necessità della proprietà ma tutta orientata a garantire l’uso dei beni; Andrea Margaritelli ha portato la voce del mondo aziendale che nel superare momenti di estrema difficoltà non deve perdere la capacità di guardare alla società e chiedere ad essa di considerare il patrimonio imprenditoriale come valore collettivo; Michelangelo Patron ha chiuso con la testimonianza di un lavoro dell’associazione, CFMT, chiamata a formare figure professionali nuove in grado di supportare le tante new Company che si stanno affacciando al mercato.

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