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Ieri quindi, nello spazio del Teatro Agorà della Triennale di Milano, ci siamo trovati per la conferenza Freedom Room, organizzata per discutere ed esporre la storia, il processo, gli esiti e le libere riflessioni sul progetto. Come già la visione fisica dello spazio nelle sale della Triennale, il discutere del tema è stato motivo di intensa partecipazione personale. In particolare alcuni interventi hanno sottolineato i valori chiave di un progetto che vuole essere spartiacque nel definire il ruolo e i compiti del design da un lato e della società e del ‘pubblico’ dall’altro.
In particolare Aldo Bonomi ha sottolineato come sia ormai necessaria una vera chiamata di responsabilità per l’amministrazione pubblica nell’interpretare ruoli nuovi se è vero che progetti come Freedom Room sono nati e si sono finanziati senza ricorrere ad alcun fondo pubblico.
Importante è stata la proposta, provocatoria per certi versi, formulata da Lucia Castellano, nel richiedere che si possa immaginare un intero braccio carcerario basato sull’impiego di moduli abitativi come quello progettato qui. Joost Beundermann, urban designer e autore del libro ‘Compendium for a Civic Economy’, ha ricordato come una nuova ‘porosità’ tra pubblico e privato è richiesta per superare tempi in cui l’economia ufficiale ha perso la sua capacità di dare risposte, favorendo la partecipazione spontanea che sta emergendo in diverse forme dalla cittadinanza, predisponendo quindi i nuovi paradigmi per quella che nel Regno Unito ha già il nome di Big Society. In ultimo dobbiamo ringraziare per i preziosi interventi e la partecipazione Cecco Bellosi per i suoi racconti di un carcere laboratorio di umanità; Luisa Della Morte, per la testimonianza di un progetto destinato a garantire dignità alle donne in carcere; Thomas Bialas, per il racconto di una nuova economia libera dalla necessità della proprietà ma tutta orientata a garantire l’uso dei beni; Andrea Margaritelli ha portato la voce del mondo aziendale che nel superare momenti di estrema difficoltà non deve perdere la capacità di guardare alla società e chiedere ad essa di considerare il patrimonio imprenditoriale come valore collettivo; Michelangelo Patron ha chiuso con la testimonianza di un lavoro dell’associazione, CFMT, chiamata a formare figure professionali nuove in grado di supportare le tante new Company che si stanno affacciando al mercato.

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La domanda più frequente ricevuta ieri durante la visita dei giornalisti è stata: ‘è questa la dimensione reale di una cella?’. Non sembra possibile che uno spazio di poco più di 9 metri quadri possa essere organizzato e curato rispettando la dignità e i bisogni della persona. In realtà non sembra possibile solo se quello spazio è una cella carceraria, un luogo che possiamo permetterci di dimenticare perché ospita persone che a vario titolo hanno sbagliato. La differenza in questo caso è soprattutto metodologica: abbiamo coinvolto nel progetto gli abitanti stessi della cella. Con loro ci siamo concentrati sui singoli dettagli, su come viene usato il bagno, quante cose avvengono li dentro, a cosa serve un piano di appoggio, quante cose può essere un letto, cosa va riposto, cosa va esposto, ecc. Sono punti che nel dettaglio segnano e determinano la dignità di un’esistenza che può essere piena e di qualità anche in 4×2,7 metri. Oggi si inaugura, vi invitiamo a sedervi e immaginare un po’ di vita nel modulo.

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